venerdì 11 luglio 2014

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on air: Morrissey - Life is a Pigsty



Sopraggiungiamo io Anna, districandoci tra le anime del bar semi affollato di questa graziosa università, dopo una trentina di minuti. Così, come avevamo stabilito. Assorta in una delle tue solite letture, te ne stai solitaria a fare compagnia al tavolino muto, circondato e minacciato da alcune sedie sapientemente occupate da oggetti che ti appartengono, di certo fuoriusciti dalla tua borsa. Tipico di te andartene in giro con borse straripanti di cose che a malapena riesci a contenere. E solo la nostra presenza riesce ad infrangere l'incantesimo nel quale ami narcotizzarti. Sgombrate le sedie dai tuoi oggetti io e Anna ci accingiamo a prenderne il posto soltanto dopo aver preso qualcosa da bere.
«Cosa stai facendo?», ti domando, curioso e perennemente in cerca di buone letture.
«Sto preparando una lezione per una classe di cultura inglese»
«Davvero? E di cosa parlerai ai tuoi studenti?»
«De Il Grande Gatsby di Fitzgerlad»
«Bene! Non l'ho ancora letto, ma è una lettura che mi concederò nei prossimi mesi. L'ho da poco acquistato»
«Oh, è uno dei miei libri preferiti»
«Guarda invece io che cos'ho…» affermo orgogliosamente mentre estraggo dal mio zaino una copia del Simbad di Gyula Krúdy. Mi fissi vagamente attonita, ma piuttosto sorpresa.
«Wow, non sapevo che lo avessero tradotto anche in italiano!»
«Be', adesso lo sai!» ribatto io compiaciuto.

La conversazione prosegue tranquilla mentre Anna è intenta ad illustrare i suoi grandi piani nei prossimi mesi. Sembra così felice per questa nuova esperienza, sembra quasi che ogni cellula del proprio corpo non sappia bramare altro. Chissà, magari una volta sistemata potrà addirittura aiutarmi. Ma non c'è tempo. Non c'è tempo, gli sprazzi di tempo concessimi sono esauriti e il caleidoscopio di questo groviglio emozionale continua a ruotare, non si ferma. No, questo non lo si può fermare. E per me è giunto davvero il momento dei saluti.
«Aspetta!» mi dici fermandomi, «aspetta, prendiamo il tram insieme, tanto ho da fare delle cose in centro»
«D'accordo»
Salutiamo Anna con la promessa di rivederci prima o poi, magari, chissà… intanto io e te, al suon del trambusto dei miei bagagli che maltrattano l'asfalto, ci dirigiamo verso la fermata del tram. Non passa molto tempo che è già arrivato. Saliamo. Estraggo il biglietto. Lo timbro. Poi ti fisso e sei lì, con i soliti occhi grandi, le gote paffute e tenere, i tuoi capelli lunghissimi di seta, eppure quasi quasi non mi sembri tu. E questo, stranamente, non mi pesa più. Ti guardo un po' felice, pieno di soddisfazione, un po' stranito però, un po'... non so. Questi giorni sono volati via velocemente ed ora tutto quello che mi occorre è un po' di calma per metabolizzare tutto quel che è stato in questo periodo. Dio, sembra quasi che mi sia lasciato alle spalle un'intera esistenza. Tanto tempo è già trascorso eppure ce ne vuole ancora dell'altro. Sì, ne occorre un bel po' per mettersi l'animo in pace, ricominciare da me, a mente sgombra, come se tutto questo fosse stato solo un incubo al risveglio dal sogno. E mi chiedo se tu, seriamente, ti sia chiesta come possa essere accaduta tutta questa assurdità. Magari no, non te lo sei mai domandata, non che non ci abbia mai pensato, però mi fanno dubitare la tua razionale impulsività e la tua smania di chiudere i conti sopprimendo i sentimenti; forse avresti avuto bisogno mi un uomo e ancora non lo ero, e non lo sono tutt'ora. Non per scelta, sia chiaro. Credo che tu, in fondo, non sappia cosa pensare. E' stato così e basta. Punto. L'hai deciso tu che doveva andare in questo modo. Però poi vieni a chiederlo a me, così, perché probabilmente è in questo modo che ti piace capire certe cose. Sì, vieni da me a fare certe domande...
«Quindi adesso che cosa siamo io e te?»
Ed io ti guardo come se mi avessi appena posto davanti l'enigma più complicato del mondo e al quale, comunque, dopo tutto questo casino, dovrei provare a dare una risposta.
«Non lo so e non me lo chiedo. Lasciamo che le cose facciano il proprio corso e sarà il tempo a dircelo» annuisci pesando con lo sguardo quel che m'hai sentito pronunciare; poi le tue parole ricominciano a scavare ancora, dentro me.
«Prima che tu vada, avrei da dirti una cosa molto importante: sappi che sei davvero un ragazzo raro, una grande persona. Probabilmente nessuno al tuo posto avrebbe fatto quello che hai avuto il coraggio di fare. Sono contenta di averti potuto rivedere... ci tenevo a dirti queste parole»
Non so bene come dovrei reagire a questo punto, cosa pensare di queste tue parole che in cuor mio già conoscevo, anche se, certo, sentirsele dire è tutta un'altra storia. Ma non ho voglia di compiacere nessuno e neppure di essere ipocrita.
«So di essere stato forte, più forte di quello che credevi, ma se sono qui e non ce l'ho con te è solo perché ho capito i tuoi sentimenti. E non per merito tuo»
«Credevo di averti parlato con chiarezza il giorno in cui ti lasciai» controbatti con un pizzico di risentimento.
«Chiarezza? Non credo che lasciare qualcuno dicendo soltanto che non è più possibile stare insieme possa chiamarsi chiarezza. Una persona che ama, come io ho amato te, ha bisogno di trovare delle ragioni. E se adesso, in questo istante, io e te stiamo parlando è perché ho compreso il motivo del tuo comportamento». 
Ecco, te l'ho detto. E non credo che debba aggiungere altro, di come, per esempio, tu non sia mai stata in grado di dirmi in faccia, via Skype o solo tramite un'email "non ti amo più". Ti guardo ancora e il tuo sguardo mi rassicura. Può bastare così, tanto a niente servono a niente serviranno adesso queste parole. Chiarire i propri sentimenti, renderli  sinceramente e lealmente alla persona che si è amata, corrisponde ad un'alta forma di rispetto. Chissà, forse dentro di te l'amore era finito davvero e sono io e soltanto io a voler sostenere il contrario, che la nostra storia sia stata soffocata dalle tue paure e che i sentimenti erano, in fondo, lì a chiedere di essere salvati o soppressi, uscendo dal limbo dell'eterna incertezza. Magari per paura di ferirmi ulteriormente, magari credendo che celandomi la verità m'avrebbe protetto da ulteriori pene, hai taciuto. Non ho mai condiviso la tua mancanza di chiarezza su questo punto. Penso che avrei tutte le ragioni per essere incazzato con te, di dirti che sei stata indelicata, seppure involontariamente, vile e infantile. Eppure non riesco ad esserlo sapendo della tua paura, ho provato un forte senso di compassione e porto con me l'unica colpa di non averti mai voluto ingannare. 
Nulla di questo sentirai oggi da me, tanto non c'è nessuna utilità in questo: io ho ritrovato le mie ragioni, conosco tutto il mio dolore, il male, l'insofferenza e le frustrazioni che mi porto dentro, ma non sono venuto qui per metterle sul piatto della bilancia. Non sono ritornato qui per il desiderio di umiliarti e farti sentire di merda, vendicarmi e ottenere la mia fottuta giustizia. Non c'è niente che tu possa fare per ripagarmi di quello che ho perduto e il buon senso suggerisce certe volte di lasciar perdere tutto, accettare gli eventi per quelli che ormai sono.
Malgrado le mie parole, la tua curiosità ti ha tutt'altro abbandonata anche se s'ammanta di una certa prudenza.
«Cosa pensi, come saranno le nostre vite?»
«Non so, penso che io e te stiamo imboccando due sentirei nettamente opposti: tu ti interroghi su qualcosa a cui non darai alcuna risposta ora, vuoi le tue certezze nella tua via tracciata che devi continuare a solcare; per me, invece, vale l'inverso: tutto è aperto, possibile, fluido e in continuo movimento. Ed intendo continuare ad aprirmi, cercare, lasciarmi trasportare dalla corrente. C'è una frase di John Milton, tratta da Paradiso Perduto, che mi rappresenta molto in questo momento. Se l'hai letto, forse sai di cosa parlo»
«No, non ho mai letto Milton»
«Non ti preoccupare, te la invierò via email appena sarò arrivato a Budapest»
«D'accordo», annuisci compiaciuta, ma poi rocambolescamente, senza perdere la tua proverbiale pacatezza, aggiungi: 
«Ascolta però, la mia fermata è vicina, tra poco devo scendere. Ecco, mi chiedevo, non ti andrebbe di accompagnarmi così possiamo stare insieme ancora un po'?»
Questa richiesta mi suona strana. Perché vuoi stare ancora con me? Certo, potrei pure accontentarti, ma qualcosa dentro mi ferma. Può bastare così e non c'è bisogno di indugiare troppo nel non seguirti.
«No grazie, preferisco arrivare alla stazione, sedermi e starmene un po' per conto mio prima di partire» ti confesso sinceramente.
«Allora ti auguro buon viaggio… so che prima o poi ci rivedremo, sento che tornerai qui»
«Ma certo che tornerò! Non so dirti quando e neppure come, ma stai sicura che mi vedrai ancora qui in giro»
Così, congedandoci con un ultimo abbraccio, sincero e caloroso, ci lasciamo. Senza riserve. Ti vedo scendere dal tram, sempre con quella bionda chioma ciondolante che, calcando movimenti parabolici, segue il naturale andamento dei tuoi passi alle prese con gli scalini. Pre un attimo resto immobile a fissare il finestrino, a scuotere la mano dicendoti "ciao", fino a vederti sparire risucchiata dall'orizzonte.

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"Cara,
come promesso eccoti la citazione di cui ti parlavo, la cosa più incredibile e straordinaria che abbia letto su me stesso"

Ma soltanto aggiungi azioni che a tua
conoscenza corrispondano; aggiungi fede,
aggiungi virtù, pazienza, temperanza,
e poi aggiungi amore, che sarà chiamato carità,
ch'è di tutto il resto l'anima: allora lasciare
questo paradiso non ti dispiacerà, ma
dentro a te un paradiso tu possederai ben
più felice

John Milton


FINE

domenica 11 maggio 2014

93


On air: St. Vincent - Prince Johnny

Un altro mattino si interpone, non esattamente uno tra i tanti. Rarefatto, nell'incessante movimento caleidoscopico della mia esistenza, scandisce un passaggio così importante per tutto ciò che deve accadere. Ancora presumibilmente. E' andata com'è andata, ma posso proseguire senza rimpianti, col cuor più leggero dopo tutte le amarezze. E a pensarci bene questo cuore non lo sentivo così lieve da troppo tempo. E così, oggi, posso dunque lasciare questa città. Non ho trovato propriamente l'amore ad attendermi, ma quella finestra che sporge sul mondo circostante è sempre stata lì con le imposte semichiuse. Nel riaprirla il mio volto è stato sfiorato dal velluto di quella nostalgica aria frizzantina di cui sentivo tanto la mancanza. Così mi sono improvvisamente accorto che tutto ricomincia, che la forza del mio amore è immutata e che sopravviverà qualunque cosa accada.
Oggi faccio ritorno a Budapest e poi, domani, sarà la volta della mia Irpinia, laddove a lungo ho curato i brandelli del mio amore ricucendoli pezzo per pezzo per poi portare questo curioso feticcio direttamente a Roma. La Capitale mi ha detto cosa fare, le sue strade hanno accudito le mie meditazioni, le sue bellezze mi hanno consolato e gli amici che avevo lasciato e quelli che ho trovato mi hanno aiutato. Ogni cosa, in un modo o nell'altro, mi ha riportato qui. Chissà, forse tutto questo vagare volge veramente al termine e questo, forse, un po' mi duole,  dopo tutto questo tempo ho imparato a portare le mie radici dentro ed essere sempre in giro da qualche parte con la mia valigia, lavorando, studiando, inseguendo sogni che forse dureranno fino alla fine dei miei giorni. E non avrei tutti i torti nel fare una cosa simile perché questa vita mi deve ancora tanto.

Ho il treno che parte alle 13:28 ed un po' di cose da fare prima di andar via. Balzo giù dal letto e mi do una sistematina. Qui ci vuole una doccia tanto per cominciare, poi una spazzolata ai denti, un'accurata scelta tra i pochi abiti puliti che mi restano da indossare: desidero tanto che mi diano l'aria d'avventuriero, soltanto perché è così che mi sento di essere adesso.
Rivolgo i miei ultimi saluti a Rino e Bumba, li stringo a me forte spinto da un enorme sentimento di gratitudine. Non dimenticherò mai l'ospitalità e il sostegno da loro ricevuto.

«Allora ci vediamo presto ragazzi!»
«Daje» esulta Rino «E quando ritornerai qui in mezzo a noi?»
«Non lo so precisamente, ma so che tornerò prima o poi, me lo sento proprio!»
E con questa promessa e il cuore rasserenato esco di casa trascinandomi il trolley fino al campus universitario, davanti all'edificio principale, dove incontrerò te e Anna.
Raggiungo ancora una volta quel tempio dove aleggiano migliaia di spettri di in un passato non muore mai. E non me ne dolgo. Qui ho scoperto tante cose nuove, ho meditato, studiato, amato, conversato, mi sono incazzato, ho fantasticato, scritto parte della mia tesi di laurea, preparato alcuni esami e sognato ad occhi aperti. Nel bene e nel male questo luogo fa parte di me e anche ora rifocilla il mio bagaglio esistenziale con la sua imponenza. Come uno sfondo rassicurante, resisterà alle mie emozioni, a tutta la mia vita. Chissà quante ne ha viste passare il Main Building… di certo così tante che nessuno mai al mondo si prodigherà in qualche avventata ricerca o un calcolo tanto esteso circa le umane esistenze che hanno presidiato, seppure fugacemente, il fulcro della città di Debrecen. Al di là delle fantasticherie, penso che l'Università di questa città sia un posto stupendo, un monumento storico pregno di sapere, mescolamenti, confronti, incontri e scontri. Come fare a non provare stupore dinanzi a tanta meraviglia? Assaporo l'aria del mattino sbracandomi su una di quelle panchine anteposte alla fontana situata di fronte al Main Building. Soavemente m'accarezza l'atmosfera fresca e presaga d'inverno. La ruvidezza del tempo non è ancora germogliata, prevalgono i miti movimenti delle nuvole che velano un sole caldo come una brace che esala gli ultimi afflati incandescenti.

Ricevo un sms da parte di Anna: farà un po' di ritardo. Poco male, posso sempre chiederti di raggiungermi, se lo desideri, con un po' di anticipo. Non ti fai pregare. Sopraggiungi immediatamente col tuo passo leggero, avanzando con risolutezza e quell'aria disincantata che oramai aleggia tutte le volte che ci incontriamo e ti rende ben altra cosa da quel che eri per me. Tutto. Il tuo viso abbozza un sorriso in bilico tra il sereno e il malinconico condito dalla tua ragionevole prudenza che, a quanto pare, sembra proprio che non possa abbandonarti mai più. Resto scompostamente seduto su una di quelle panchine fatte di legno e cemento, con le gambe accavallate e le braccia prolungate sui bordi dello schienale.
«Cosa fai?» mi domandi con fare vagamente curioso.
«Niente». Incamero un po' di umida aria d'autunno e sospirando mi sento di condividere questa strana sensazione: «mi godo questo momento d'autunno qui a Debrecen. Non puoi nemmeno immaginare quanto mi è mancata quest'atmosfera»
«Certo che sei proprio strano»
«Forse, ma qui l'aria è diversa… e poi mi ritornano alla mente tanti ricordi felici»
«Posso capirti allora…»
«Certo, non sarà il posto più bello del mondo, però ci sto così bene… tutto appare così… così sereno qui».
«E pensare che tanti tra i miei amici odiano Debrecen»
«Posso capirlo. Probabilmente sentono che qui non possono mettere a frutto le proprie capacità, tuttavia non è quello che sento io per questa città».
«Odio quando qualcuno parla male di Debrecen e dell'Ungheria. Sono in tanti ad andarsene in altre città, ma a volte ho l'impressione che abbandonino tutto solo per potersi dare delle arie, come dire "Hey gente, vivo a Londra! a New York! o in Australia! Faccio una vita fighissima e mi dispiace per voi che siete dei poveracci alle prese con la vostra inutile vita!" In fin dei conti credo che siano persone profondamente vuote che hanno soltanto una gran voglia di apparire».
«Magari in parte sarà come dici tu, anch'io ne conosco tante di persone così, ma poi credo che alla fine si possa capire bene chi si è e cosa si vuole soltanto vivendo. Certe esperienze ti cambiano…»
«Sì, hai ragione»
«Io, per esempio, non odio il mio paese, credo che non sarei mai in grado di farlo, eppure in questo momento non riesco a sentirlo mio, desidero abbracciare qualcosa di più grande anche se, a pensarci bene, non saprei dire bene che cosa»
«Tu sei diverso rispetto alla maggior parte delle persone, tu ami profondamente questi luoghi, sei una persona molto aperta mentalmente»
«Vero, è sono contento di essere qui ora, dopo così tanto tempo. Ho finalmente capito che tutto questo è mio, che oramai mi appartiene e che tornerò ancora per fare qualcosa di più importante. Devo solo trovare il modo, ma sento che ce la farò»
«Anch'io lo penso… dimmi, cos'hai in mente?»
«E' da molto tempo che ci penso e ho deciso che insegnare italiano all'estero sarebbe una gran bella cosa. Non appena ritornerò in Italia comincerò questa nuova esperienza di studio perché ho bisogno di tempo per poter prendere un'abilitazione. Al tempo stesso vorrei intraprendere qualche esperienza lavorativa, sono stufo di dover solo studiare e basta, ho bisogno di un'esperienza più profonda e completa…poi chissà, forse un giorno vivrò all'estero o, per lo meno, questo è quello che mi sento di fare adesso. Quando sono fuori dall'Italia mi sento diverso, pieno di energia e voglia di mettermi in discussione. Soprattutto tutto mi sembra aperto e pronto ad essere colto»
«Mi sembra una buona idea»
Ora che le nubi dei mesi passati sembrano diradate, riesco addirittura a sorprendermi nel constatare quali picchi di naturalezza stia toccando la nostra conversazione. Siamo talmente rilassati che sembra impossibile,  irreale direi.
Nel mentre ci raggiunge Anna. Mi abbraccia calorosamente e dopo essersi accertata di ritrovarsi per davvero dinanzi al sottoscritto, mi invita a seguirla nei suoi uffici. Anna è una responsabile dell'associazione degli Studenti Erasmus di Debrecen, adora gli stranieri e per loro, insieme a tanti altri studenti di questa Università, organizza eventi come pub tour, feste di benvenuto e di addio, giochi come cacce al tesoro e tante altre cose. Mi congedo per un po' da te per seguirla qualche minuto. Ci vedremo al bar dell'Università tra una ventina di minuti. Facendoci strada tra i vari minuscoli uffici amministrativi dell'Università, Anna mi racconta dei suoi piani per il futuro: c'è Budapest nel suo orizzonte e, stando a come ne parla, mi pare piuttosto stanca di Debrecen. ui ha trascorso troppo tempo ormai e il desiderio di cambiare aria è tanto evidente da essere tattile. La capisco, probabilmente se avessi vissuto la sua identica vita farei lo stesso, del resto non esiste il posto universalmente perfetto in cui stare, soltanto il luogo che va bene per ognuno di noi. Anna però questo non l'ha ancora compreso e quando le paleso il mio desiderio di voler restare a Debrecen mi prende per matto. Siamo arrivati. L'ufficio si trova in un edificio nuovo di zecca, modernissimo, non lontano dall'ufficio Erasmus, quello dove mi recavo quasi tutti i giorni per martellare la coordinatrice affinché mi prolungasse la durata del soggiorno. L'ufficio degli studenti Erasmus è praticamente una soffitta piccola, pulita e accogliente. Sul muro fresco ancora di vernice giganteggia una semplice bandiera dell'associazione costellata da qualche foto attaccata qua e là ritraenti eventi promossi negli anni passati. Sento tutto l'orgoglio di Anna nel mostrarmi la nuova base operativa, il suo sguardo scintilla e le sue gote sono tinte di rosa per l'emozione. Sono certo che tutto sommato le mancherà molto tutto questo anche se Budapest saprà offrirle tanti altri stimoli interessanti. Inoltre è anche giusto che lei passi la mano a studenti più giovani di lei, desiderosi e ardenti di fare nuove esperienze in compagnia di coetanei provenienti da tutto il mondo. Il tempo è tiranno ed è giunta l'ora del caffè. Un'ora non rinviabile considerata la mia imminente partenza.


domenica 15 dicembre 2013

92


Esco fuori inoltrandomi nel buio della notte, nella coltre silenziosa di strade mai solcate in precedenza dai miei passi che tagliano il vento. Vengo preso da un'inspiegabile voglia di mettere alla prova il mio senso di orientamento, vedere se percorrendo un'altra via si può giungere a destinazione: casa di Rino. Lavoro un po' d'immaginazione, conosco le vie parallele e i sentieri tracciati dai lavori in corso: un giorno non molto lontano qui sorgerà la nuova linea del tram la cui alba avevo già veduto durante l'estate del 2011. Non un auto si addentra per queste strade a quest'ora, solo il fruscio del vento trapassa i fusti degli alberi che costellano i polverosi marciapiedi. Il senso di desolazione è sconfinatamente coccolato dal silenzio, sembra quasi impossibile che la seconda linea del tram solcherà questi luoghi. Chissà perché la scelta di costruirla sia caduta proprio qui, ci sono tanti posti in cui sarebbe stata forse più utile. Forse un giorno vedrò la fine dei lavori e valuterò la lungimiranza della classe politica locale su questo aspetto. Ad ogni modo questa linea in costruzione rappresenta la metafora perfetta di questa fase esistenziale: non saprei dire esattamente quel che di nuovo sta per cominciare nella mia vita, tuttavia considerarmi soddisfatto poiché vado via con una grande consapevolezza nel cuore, forte di una ritrovata fiducia che inebria la mia sensorialità. Adesso posso finalmente osservare la vita in maniera differente, non più soggiogato da quell'orribile senso di morte che mi ha penetrato per lungo tempo, mi ritrovo nuovamente ad essere un semplice ragazzo che ha ritrovato se stesso. Le rovine del mio amore saranno le fondamenta del mio avvenire, ho messo da parte la mia disperazione, ma non l'ho dimenticata. Non nasconderò le lacrime di commozione per ciò che sono, così vivo, colmo di energia e pronto a rimettermi in gioco. Dio solo sa quanta dedizione per me stesso, quanto amore e quanta forza mi sia costato tutto questo. Indipendentemente dall'epilogo, questo è il dono più prezioso che potessi ottenere. Camminare in strada, sorridere per quello che sono fino ad adorare la mia malinconia che è ciò che rende sacro quel che di importante mi ritrovo tra le dita.

Così faccio ritorno al quartier generale della mia missione per la mia ultima notte del 2012 qui a Debrecen. Rino, al corrente di tutto, m'attende sul piccolo balcone adibito a personale smoking area, sfruttato soprattutto durante la messa a punto degli esami tra uno sclero e l'altro. Conosco la vita da studente e so come ci si sente tra un appello e l'altro. Un po' mi mancano questi momenti, di certo non sono molto differenti da quelli che ho vissuto da studente universitario nella Capitale, ma è giusto che io esplori ed accetti questa nuova dimensione del mio essere che ancora devo comprendere appieno. Il padrone di casa, accogliendomi con quel suo sorriso da mattacchione, mi fissa con fare curioso cominciando ad investigare sull'incontro:
«Allora, com'è andata?»
«Direi bene. Abbiamo visto un film, mangiato una pizza, bevuto pálinka, parlato del passato... insomma le solite cose»
«Tutto liscio insomma... sei tranquillo?»
«Sì sì, tranquillissimo. Voglio ringraziarti comunque! Tu non sai quanto sei stato importante per me, mi hai ospitato qui in casa tua... non immagini neppure quanto ti sia grato! E' stato bellissimo tornare qui a Debrecen dopo tutto questo tempo»
«Ma ritornerai con la tua ex?»
«No Rino, non credo proprio. Lei è cambiata ed ho capito che stare così lontano da lei è stato un errore: l'ho idealizzata troppo ed ho perduto la dimensione della realtà per molto tempo. Avevo bisogno di vederla per capire cosa siamo diventati: quando ci siamo incontrati ieri non ho sentito le stesse pulsioni e nel complesso nemmeno questa sera è scattato qualcosa.  L'unico momento in cui mi è sembrato davvero di tornare indietro l'ho vissuto poco prima di andare via da casa sua: ci siamo stretti forte prima di salutarci. Sai, certe volte l'istinto gioca brutti scherzi, in un certo senso, in quell'istante, avrei voluto che tutto tornasse come prima, ma ho sentito altrettanto forte la convinzione che tutto fosse sbagliato e così non ho avuto il coraggio di spingermi oltre»
Rino annuisce e, tendendo la mano verso di me, mi invita ad estrarre una sigaretta dal pacchetto. Poi, dopo essere rapidamente rientrato dentro, estrae un paio di birre acquistate a buon mercato al discount sacrificandole sul patibolo delle mie confessioni. Certi rituali sono utili a lavar via i residui della tensione accumulata durante i giorni precedenti. Sono venuto qui sentendo solo che era giusto farlo, con la consapevolezza di accettare qualunque esito. Osservo il faccione del mio amico, ispira simpatia ed in sua presenza mi trovo a mio agio: basta poco per creare una condizione ideale affinché lasci fluire il racconto delle mie confidenze. Rino ha sempre la capacità di ridere, scherzare, sdrammatizzare. Ho fatto bene a rivolgermi a lui, avevo proprio bisogno di un tipo così in questo momento. Nel mentre, sorseggiando birra amarognola, avverto il formicolio della nicotina sui polpastrelli delle dita: le sfrego per assaporare meglio quell'indefinito senso di appagamento lasciato in sospeso, così, come se fosse seta sospesa nell'aria. E la luce della camera di Rino riflette la sua luce su di noi, illuminando con delicata radiosità le parole che corrono, volteggiano e infondono emozioni a profusione: un po' tremo per tutto questo, come se fossi lievemente sotto shock, come se non vedessi l'ora che venga domani per poter ritornare a camminare, saltare e vivere con tutta l'intensità possibile quel che mi aspetta. 
Improvvisamente il mio sguardo, senza un motivo particolare, attirato da un lievissimo bagliore, si posa sul mio felpino scuro scorgendo un lungo e sottilissimo capello biondo. Deve essersi incuneato tra i tessuti mentre ci stringevamo in quell'abbraccio. Lo afferro con delicatezza e lo fisso con estrema attenzione. Mi concedo un sorriso velato di malinconia, ma di sereno trastullante: una strana essenza si propaga nel mio corpo, mi prende dolcemente allo stomaco facendomi rabbrividire di piacere, proprio come ai vecchi tempi quando tutto questo era uno squarcio di quotidianità nelle fredde mattine d'inverno, le stesse nelle quali ti preparavo la colazione, ti coccolavo, ti stringevo a me sentendomi amato e cullato dalla dolce fragranza che esalava dalla tua bionda testolina. Quelle erano le mattine in cui sarei rimasto per ore ed ore a perdermi nell'incandescenza dei tuoi occhi che mi parlavano d'amore, quando la tua bocca spezzava l'alone silente dell'imbarazzo che avvolgeva i nostri corpi pronunciando: «What?». E quando te ne andavi, vedendo la tua figura scomparire stando alla finestra di casa mia, per un attimo mi accadeva di osservare il tronco del mio corpo avvolto dal pigiama. Sempre scovavo il tuo capello che nella caduta aveva trovato asilo su di me. Un capello biono come quello che ho scorto adesso sul felpino. Lo sfilo con delicatezza trattenendolo tra pollice e indice: lo sollevo lentamente, con leggera solennità, permettendo che la luce proveniente dalla stanza di Rino lo faccia risplendere per un istante avvolgendolo in un fioco luccichio. Nel mentre sorrido di malinconia un po' gioiosa e un po' amara e, sfregando le dita, lo lascio cadere giù. Lo osservo andarsene  svolazzando dolcemente con rapidità, fino a dove i miei occhi non sono in grado di arrivare.

domenica 24 novembre 2013

91

on air: King Crimson - One Time

Tra noi qualcosa s'è inevitabilmente sgretolato, nulla sembra poterci condurre indietro, eppure al tempo stesso si sostituisce a qualcos'altro di ignoto, instabile, informe. Qualunque cosa sia non ignorarne l'esistenza, non posso assumere atteggiamenti snob, sebbene non so cosa in realtà sia davvero rimasto di ciò che eri un tempo. Riconosco che non sarebbe comunque giusto tirarmi indietro dinanzi alla tua richiesta, che è nel tuo pieno diritto chiedermi certe cose: pertanto non mi resta altro da fare che riporre lo zaino sul pavimento e riprendere la mia postazione sul letto. Mi sdraio sul fianco destro. Ti scruto con fare vagamente indagatore. Non so bene cosa vorresti dirmi esattamente o forse lo so fin troppo bene: qualunque cosa pronuncerai, immagino che le tue parole saranno soltanto una coreografia del contesto in cui siamo immersi. C'è una sacralità in momenti come questo, una intrinseca religiosità nel reciproco rispetto del dolore. Essa si traduce in prudenza che inebria i nostri corpi sdraiati sul letto a debita distanza di sicurezza. Sono perfettamente consapevole che tutto questo tempo non deve essere stata una passeggiata neanche per te, che privarti di me è stata una vera sofferenza. Sì, sebbene questa sia stata una scelta subita che a malincuore ho imparato ad accettare al costo di smarrire me stesso, la comprendo: dopo tutti questi mesi le devo anche quel rispetto che ispira un forte senso di pietà. Anche tu hai il diritto di ritrovare la tua pace interiore ricercando il senso originario delle tue scelte nella bontà delle tue intenzioni, per quanto tutto questo abbia destabilizzato non poco la mia esistenza e, conseguentemente, ferito anche te.
«Sono veramente felice che tu sia qui» dici rimettendo ai miei sentimenti le tue confessioni esternando con garbo e delicatezza i tuoi pensieri. Il tuo tono di voce è estremamente calibrato, un lieve tremolio delle corde vocali non tradisce l'emozione che provi in questo momento. Percepisco un lieve senso di superiorità nei tuoi confronti: l'orda del mio orgoglio è compatta, cosciente che tutto le è concesso e che si gioca ad armi impari. Adesso sei tu che hai bisogno di sviscerare i miei sentimenti  presenti, cogli l'occasione per fare ciò che non hai avuto il coraggio di fare in questi mesi e non ti biasimo: avere a che fare con un ragazzo o un uomo dall'orgoglio ferito non è un grande affare. Nonostante questo, sai bene che il rischio di questa tua speculazione è vedermi sputare veleno, pertanto è assolutamente necessario agire con molta cautela. Da canto mio, invece, preservo dentro me la consapevolezza di poter essere più schietto, di potermi spingere ai limiti dell'offesa e che, se anche dovessi giungere fino a questo punto, tu non ti indigneresti più di tanto. Sai bene che troppo ho dovuto sopportare e che nella ripartizione delle responsabilità io ho dovuto sostenere il carico maggiore. Ad ogni modo non ho assolutamente bisogno di ferirti, non l'ho fatto fino ad ora e non avrei alcun motivo di farlo adesso. Penso che oramai il quadro mi sia abbastanza chiaro e che siano soltanto le nostre forme relazionali a costituire il grande interrogativo in questo momento. Non riusciremo a venire a capo di questa situazione, non stasera almeno, e non so neppure se troveremo mai una risposta ad una simile domanda, per quanto possa essere utile in questo momento.  Esplorare lo stadio dei nostri rapporti è importante non tanto per stabilire quello che saremo, ma per sancire ciò che siamo oggi, senza veemenza, senza che tutto questo costituisca una priorità. Bisogna lasciare che tutto segua il proprio corso naturale, sia quel che sia, un ritorno, un arrivederci o un addio.
«Anch'io sono contento. Credo di aver fatto veramente bene a tornare qui» mi affretto a rassicurarti. Sono ben consapevole di ciò che questo scambio in realtà comporta: esso funge solo da corsia preferenziale che conduce ad una serie di domande più o meno implicite. Sono sicuro che desideri conoscere, per quanto sia possibile, più minuziosamente il flusso dei miei pensieri contestualizzandolo in questa dimensione insolita, forse a tratti finanche surreale, in cui siamo entrambi proiettati. In un certo senso ci apparteniamo ancora eppure non ci apparteniamo più: il confine del nostro amore è impossibile da tracciare poiché appare quanto di più sfumato si possa immaginare, probabilmente molto più labile di ciò che entrambi potessimo supporre. Non ho motivo di negarti la possibilità di indagare, così come tu non hai opposto resistenza quando sono stato io a volerlo fare, del resto se sono qui è perché ho deciso di affrontare la questione di petto dopo essermi chiuso all'interno di lunghe riflessioni. Non mi resta altro da fare che soddisfare la tua implicita richiesta.
«Sai, è stato molto difficile per me ricominciare. Se adesso io e te stiamo parlando è perché ho avuto la forza di riflettere a lungo e intensamente sul nostro passato. Mi sono posto l'obiettivo di metabolizzare, di superare tutto andando avanti, scomponendo la mia esistenza in tanti piccoli pezzettini per poi ricucirli insieme e capire il senso di tutto questo, di quel che siamo stati, di quel che sono diventato io e del percorso da intraprendere. Così, dopo tutti questi mesi, ho recuperato me stesso, il mio orgoglio, e a poco a poco riprendo a solcare quei sentieri che credevo perduti»
«E' molto bello sentirti dire questo. Sai, temevo davvero di averti perduto per sempre, che non saresti mai più tornato qui»
«Anch'io ho pensato lo stesso, ma ciò che è stato il mio passato è troppo grande, non avrei mai avuto la forza di seppellirlo in una manciata di giorni, il suo peso è tale da non consentirmi superficialità. A lungo ho cercato di respingerlo, ma poi mi sono reso conto che tutto questo non era altro che una forzatura. Dovevo tornare a Debrecen e capire davvero il senso di tutto questo»
«Ne sono lieta. Ti trovo anche meglio, sai?»
«Sì, adesso sto molto meglio. Ma tu non sai quanto tutto questo mi sia costato: paradossalmente nel periodo in cui non hai avuto mie notizie ho dovuto ricercare dentro di me le ragioni della tua scelta. Sono fiero di me perché sono riuscito a non odiarti, sebbene non capissi e non accettassi la tua scelta, e per farlo ho dovuto anche imparare a compenetrare e difendere le tue idee, il tuo pensiero e la tua buona fede. Spesso ti ho difesa anche dal giudizio dei miei amici più cari i quali mi intimavano di mandarti a cagare perché ti eri comportata da stronza con me»
«Ohhh credo davvero che i tuoi amici siano piuttosto superficiali se la pensano così» sbotti leggermente indignata e risentita.
«Questo è ciò che potrebbe apparire, ma non è così. Alcuni di loro hanno soltanto espresso un parere in maniera affrettata, esattamente come stai facendo tu in questo momento»
«Che cosa vuoi dire?»
«Voglio dire che ognuno di noi esprime un giudizio del mondo in base alle proprie esperienze di vita vissuta. Tanti tra i miei amici hanno incontrato sulla propria strada amori molto travagliati e ho visto molte storie chiudersi in malo modo al seguito di tradimenti e menzogne: in casi estremi ho visto volare insulti pesanti e venire addirittura alle mani. Tutto questo non è mai accaduto nella nostra storia, neppure nei momenti più concitati e tesi. Nella nostra relazione non è mai mancato il rispetto e, anche davanti alle incomprensioni, non siamo mai caduti in basso commettendo atti meschini. I nostri dolori e le nostre perplessità sono stati sempre espressi, certo, a volte in maniera confusa o incompleta, ma sempre in maniera sincera. Io e te siamo due persone rare, abbiamo una sensibilità differente e nutriamo un maggiore considerazione per la vita umana e le scelte altrui: la nostra era una relazione d'amore assolutamente poco comune e straordinariamente sentita. Non lo sostengo perché eravamo noi, io ho sentito davvero tutto quell'amore da parte tua, non l'ho immaginato, non era finzione. Ho davvero vissuto tutto questo. Tante persone non possono capire e non comprenderanno mai i sentimenti che abbiamo condiviso. Troppi oramai non credono più nel vero amore e lo confondono con la paura di restare soli. Io non sono così, non voglio annientarmi fingendo di ripararmi dietro una coltre nichilista, certe cose sono estranee alla mia natura. Ho altrettanto vissuto con estrema intensità tutto l'amore che ti ho donato, l'ho sentito nelle vene, m'ha scosso i muscoli e le ossa ed è stato il faro di numerose giornate, anche quella malinconiche in cui ero io a sentire la tua mancanza perché migliaia di chilometri ci separavano. Ho sempre onorato e difeso la nostra storia fino all'ultimo giorno, anche quando te ne sei andata. L'idea di tradire l'amore che ho provato per te mi è insopportabile e se dubitassi della tua buona fede dovrei ammettere che della tua persona, di quello che sei, della ragazza che ho amato, non ho capito un bel niente»
«Non ti sbagli affatto, per me sei stato il ragazzo più importante che abbia avuto, insieme abbiamo condiviso molto e questa storia ha lasciato il segno anche nella mia vita. Starti lontana è stato difficile anche per me. Nei mesi scorsi ho avuto anche un altro ragazzo, sono andata avanti cercando altrove, uscendo, frequentando persone... ma adesso è già finita... dopo di te non ho vissuto nulla che sia stato veramente importante. Quel ragazzo non era affatto come te, non aveva la tua temperanza, la tua passione e nemmeno la tua pazienza».
Questa confessione dovrebbe generare dentro me un terremoto esistenziale e invece non mi scuote neanche un po'. Troppe volte avevo contemplato questa possibilità e le indiscrezioni trapelate da Facebook mi avevano già preparato psicologicamente ad una cosa del genere. Per me non ha e non può avere alcuna importanza oramai: cosa si può sperare ancora da un cumulo di cenere? Quando si brancola nel buio o si naviga a vista capita di non conoscere la direzione e si ha soltanto una disperata voglia di voltare pagina in un modo o nell'altro. Questo è stato per entrambi, per me e per te, non ho mai creduto che tu avessi avuto più lucidità di me, non lo pensavo all'inizio e non lo penso ora. C'è però un'enorme differenza che intercorre tra noi: io non sono stato capace di tenermi un dolore tanto grande dentro, non sono stato bravo quanto te. Ho scelto di non trattenere nulla dentro, di socializzare il mio malessere, di non lasciarmi logorare da un male troppo forte per essere sostenuto da solo. Ho scelto di vivere la mia sofferenza con estrema intensità così come allo stesso modo mi sono lasciato penetrare dal tuo amore. E non è masochismo tutto questo, soltanto amore per me stesso, per ciò che siamo stati e per quello che sarò senza te. Ho l'impressione che tu sia stata molto più riservata, che sia stata la tua fede a mantenerti a galla e probabilmente, decretando dentro di te la fine di tutto, avevi già trovato la tua ragione. Sei stata ferma nella tua decisione. 
La ragione non costituisce comunque quell'elemento indispensabile per poter superare un travaglio interiore così grande; non so se tu hai veramente superato la nostra storia, non è e non può essere un mio problema, però dovresti ammettere che questa tua confessione giunge seguendo una modalità un po' strana: avverto una certa fretta nelle tue parole, una smisurata voglia di archiviare il passato, lasciartelo dietro come se un po' te ne vergognassi e, allo stesso tempo, come se temessi ancora di potermi ferire. Hai bisogno di sfogarti, di toglierti questo peso di dosso. Sì, lo capisco, hai atteso a lungo ed un confronto col sottoscritto appariva tutt'altro che scontato, avresti anche potuto non averne la possibilità. Invece questo giorno è arrivato. Anche per te. Curioso ma non troppo che dall'altra parte ci sia proprio io ad ascoltarti, annuire finanche ad assecondare questa fretta intrisa di dubbi che continua ad interrogarmi: 
«E tu hai trovato un'altra ragazza?», mi domandi ad un tratto, a brucia pelo, così come se tutto fosse stato un gioco, come se l'avvento di una persona qualunque potesse riportare pace nella mia vita dopo uno tsunami di tale portata, come se una ragazza avesse il potere di cancellare tutto questo tormento e conferisse significato a qualcosa che per me è frutto di paura, irrazionalità, debolezza, rinuncia e nulla più. Ritengo che questa domanda sia piuttosto stupida sebbene legittima: se tutto si fosse risolto con l'avvento di un nuovo amore, probabilmente non avrei avuto motivo di ritornare qui a ricercare il senso del mio passato. Malgrado tutto non mi tiro indietro, nemmeno davanti a questo: il senso di pietà è talmente forte che non riesco a sentirmi nemmeno più ferito da certe leggerezze e ingenuità dovute alla fretta di scrollarsi di dosso un profondo senso di colpa. 
«Sì» rispondo, «ho frequentato una ragazza pochi mesi dopo la fine della nostra relazione, ma non andava come avrei voluto. Non riuscivo a starci bene, pensavo sempre ad altro durante quelle serate trascorse con lei. Non riuscivo a godermi in alcun modo quei momenti che sarebbero dovuti essere coinvolgenti, intriganti e divertenti, e di questo me ne rammaricavo moltissimo. Quella ragazza davvero si aspettava qualcosa da me, ma non ero pronto per questo genere di cose. Allora ho capito che dovevo piantarla, che non potevo fingere e lasciarmi tutto alle spalle così, dovevo prima regolare i conti con me stesso e il mio passato. Solo successivamente avrei trovato la serenità per poter riaprire il mio cuore». Ritorno a solcare la scia delle tue orbite, oramai non più luminose come un tempo, sfumate nel fondo della disillusione e aggiungo: 
«Era importante non avere alcun tipo di rimpianto. Ho fatto tutto, davvero tutto, quello che andava fatto. L'essere ritornarto qui ha poi dato conferma a numerose risposte che dentro me avevo già ottenuto».
Detto questo cambio registro e passo al contrattacco, in fondo se si vuole andare a fondo non c'è niente di male nel chiedere alcuni dettagli. Tutto mi è concesso. Mi schiarisco la voce e senza troppi giri di parole ti domando:
«Posso chiederti perché mi hai mandato quel libro di Jókai da leggere?»
«Così... volevo condividere qualcosa di culturale con te. Mi piaceva l'idea di noi che riprendevamo a parlare di certe cose» affermi con quel tono pacato e semplicista che non lascia spazio ad ulteriori interpretazioni. La tua risposta da pseudo gnorri, cela l'intenzione di conoscere effettivamente i miei sentimenti e se ancora essi ardono per te. La tua contromossa non mi intimorisce e con la massima schiettezza passo al contrattacco:
«Sai, trovo che quel libro contenga molti temi comuni alla nostra storia: le differenze di natura religiosa, l'amore a distanza e le sue difficoltà, la fede. Tutto viene però pervaso dall'amore e dal senso di pietà. Amore che Adorján nutre per la sua bella. Amore che la sorella di lui nutre per l'uomo che le ha strappato il cuore, acerrimo nemico dello stesso Adorján. Pietà che il protagonista dimostra di avere, scegliendo di non uccidere chi nella sua famiglia ha causato tante sofferenze, esclusivamente per amore della sorella. Il pentimento del malvagio nell'apprendere la morte dell'unico essere che l'avesse veramente amato, la sorella di Adorján per l'appunto. Numerosi sono i sentimenti ricorrenti che ho ritrovato in questo libro e che sono stati propri della nostra relazione... ho pensato che ci fosse un motivo in più per il quale volevi che lo leggessi».
«Oh no» ti affretti ancora a scrollarti di dosso l'imbarazzo con tono risoluto «davvero, non volevo illuderti! Non avrei mai fatto una cosa del genere per riportarti da me»
«Tranquilla, già a Settembre avevo preso la decisione di ritornare qui a Debrecen solo che non te l'ho detto. Desideravo vedere la tua reazione. Ho ricevuto il tuo invito alla lettura solo pochi giorni prima di partire. Voglio darti un consiglio però: sii più prudente la prossima volta che intendi fare qualcosa del genere, questi gesti sono belli e spontanei, ma spesso si prestano ad essere facilmente fraintesi. Sai com' è stato tradotto in italiano il titolo Az Egy Isten, Dio è uno?»
Guardandomi leggermente interdetta, probabilmente ignara di quanto tu riesca ad essere maldestra, rispondi:
«No, dimmi»
«Quelli Che Amano Una Sola Volta...»
«Oh no! Davvero, io non volevo...»
«Tranquilla, è tutto ok. Non sono tornato qui per chiederti di ricominciare comunemente a quanto credano in molti tra amici e conoscenti» e, rivolgendo lo guardo al soffitto, assumendo un atteggiamento ben rilassato con le mani dietro alla nuca, continuo a proferire:
«Sono venuto qui per me stesso, per capire cos'è stato tutto questo, non a chiederti di tornare indietro. Adesso che ci siamo incontrati dopo tutto questo tempo e tu... insomma tu non sei più la stessa, non riconosco in te quella persona che amavo, sei diversa»
«Davvero? Strano che tu mi dica questo. Io non mi sento affatto cambiata. In cosa sarei diversa?» domandi con quella vocalità sicura che intende asserire una tua personalissima presunzione: che io non creda a quel che ho appena detto, e che le mie parole facciano soltanto da scudo ai miei sentimenti. Temo di doverti deludere...
«I tuoi occhi» affermo in maniera tempestivamente concisa, «non brillano più, guardi le cose in modo differente, disincantata»
Mi fissi per un istante con estrema attenzione, senza risentimento, con le iridi docili e nel tuo sguardo scorgo la legittimazione delle mie parole. Poi contraendo lievemente le palpebre, stemperando la mia osservazione in un sorriso in bilico tra l'amarezza e la timidezza, placidamente ribatti: «Be' anche tu sei cambiato»
«Forse hai ragione, ma non ne sono ancora sicuro. Sì, probabilmente anch'io vedo le cose in maniera differente, ma non so spiegarti in cosa sarei diverso. E' un lato di me che non conosco ancora»
«Comunque anche se mi trovi diversa, spero tanto che tu voglia approfondire la conoscenza di questa nuova persona».
Nel mentre noto che sotto la scrivania accanto al tuo letto vi è riposta la scatola che ti avevo spedito poche settimane dopo il tuo abbandono, quella contenente tutta la tua roba che avevi dimenticato a casa mia, in Italia, e di cui intendevo assolutamente liberarmi. Ricordo perfettamente tutto quello che vi avevo riposto all'interno con la massima cura, comprese quelle foto ritraenti alcuni dei nostri momenti felici: noi a Budapest, sulla funicolare di fronte al Ponte delle Catene, quella che conduce alla parte storica di Buda. Noi sul Bastione dei Pescatori con vista Parlamento. Il tuo volto con gli occhi illuminati che fissavano me mentre immortalavo una delle tue pose migliori... in un impeto di sconforto e rabbia, percosso dal violenti singhiozzi, con gli occhi gravidi di lacrime, avevo strappato dalla bacheca di sughero della mia cameretta tutte quelle immagini e le avevo riposte in una scatola insieme a quel libro, Protokoll, di cui avevi tanto tessuto le lodi e che non ero mai riuscito a leggere perché una traduzione in italiano o in inglese non è mai stata pubblicata. Il pacco conteneva inoltre un pigiama, un cardigan e alcuni pupazzetti. Tutta roba che distrattamente avevi lasciato a casa mia in occasione della tua ultima visita. Mi ero premurato di avvertire la tua coinquilina, Anna, dell'arrivo del pacco, pregandola di informarmi al momento del recapito durante il mese di Gennaio. Desideravo solo essere sicuro che quelle cose ritornassero a te, per me sarebbero stati troppo ingombranti da custodire. Tuttavia non ebbi mai notizie circa l'esito della spedizione, non ho mai saputo che fine avesse fatto quel pacco. Non credo che Anna si fosse dimenticata di dirmelo, sono propenso piuttosto a credere che tu non ne abbia fatto parola neppure con lei, la tua migliore amica, preferendo tenere tutto per te. Adesso, dopo molti mesi, so che hai ricevuto il pacco e che lo custodisci in camera tua. Di certo alcune cose le avrai sparse per la tua stanza, altre invece le avrai lasciate lì in modo che soltanto tu possa vederle. Non ti chiederò nulla circa le impressioni che hai avuto nel ricevere quel pacco, non ha alcuna importanza saperlo e preferisco che queste impressioni restino dentro di te e che tu mai possa condividerle col sottoscritto. Piuttosto mi preme rispondere all'ottimistico auspicio rivoltomi poco prima, a proposito della speranza che io possa desiderare di conoscere la nuova te. Trovo che ancora una volta tu sia stata involontariamente indelicata con me. Il guardare continuamente al futuro per seppellire il passato mi urta. Tu non sei più la stessa, ma quell'amore vive dentro di me e non è mai morto. Guardare te ora, che invochi il futuro per recuperare un rapporto col sottoscritto, è soltanto un affronto che involontariamente continui a fare alla mia sensibilità. Hai le tue ragioni, lo comprendo, ma mi ci è voluto tanto per dividere quello che eri da quello che sei. Non porrò nessun ostacolo, se il destino vorrà sarò pronto e disposto a conoscere la nuova te, ma non accetto alcuna forzatura. Non posso dimenticare quello che è accaduto nella mia vita e non sono tenuto ad ingoiare continuamente le tue leggerezze.
«Conoscere la nuova persona che mi sta di fronte? Questo per me non ha molta importanza»
«Oh, grazie mille» ribatti incassando con stizzita ironia il colpo. 
«Non prendertela e cerca di capire me adesso. Ho trascorso tutti questi mesi a ricercare le ragioni della tua scelta, a decifrare i motivi profondi della tua scelta. Ora invece ho bisogno di capire io cosa sono diventato»
«Hai ragione, è giusto che sia così... vedo che hai recuperato il tuo equilibrio, mi sembri anche una persona migliore»
Non ho la minima idea di come tu faccia a dire tante scemenze tutte insieme, o forse ce l'ho eccome. A volte ho la sensazione che tu voglia soltanto giustificare la tua scelta: in fondo ti piace pensare all'idea che tutta questa sofferenza mi abbia cambiato positivamente, se non altro puoi utilizzare questo espediente per lenire il tuo enorme e onnicomprensivo senso di colpa. Tuttavia non credo affatto di essere la persona più indicata a sanare i tuoi rimorsi. Ho già dovuto accettare le conseguenze della tua scelta, non sono tenuto a consolarti.
«Io migliore? Non lo so, non credo, non mi sento migliore ad essere sincero. Non so neppure a cosa serva esserlo. Una cosa è certa, ho riflettuto molto su di noi e su me stesso, ho un'idea diversa della vita adesso. Tanto hanno fatto i libri in questo frangente, ho utilizzato questo periodo per leggere molto. Le letture sono state preziose compagne in questo momento di difficoltà»
«Davvero?» mi osservi con interesse ed accesa curiosità, «e cosa hai letto?»
«Be' oltre a Weber, di cui ti ho già parlato, mi hanno aiutato le letture di Pasolini mentre ero a Roma. Osservare ed immaginare la Capitale coi suoi occhi è sempre una grande emozione. Pasolini inoltre mi riporta alla semplicità delle cose, al potere evocativo di cui è fatta la miseria. Poi ho letto vari libri di Hermann Hesse»
«Ahhh, lui proprio non lo sopporto!»
Le tue parole stuzzicano in me un lieve risentimento: nessuno può toccarmi Hermann Hesse, non dopo tutte le riflessioni che le sue letture hanno generato nella mia mente. I viaggi esistenziali, le esperienze e la psicologia dei suoi personaggi sono stati fondamentali per me. Ecco, un'altra grande diversità si palesa ai miei occhi: la fluidità e la mutevolezza della vita sono concetti che ho interiorizzato e che non sono disposto a contrattare con quel bisogno intransigente di una sicurezza impossibile da garantire. Senza gli scritti di Hesse non avrei raggiunto la consapevolezza attuale del mio essere e non avrei considerato neppure le sue riflessioni circa il reale significato delle parole. Quanta incoerenza, quanti sentimenti celati, quanta doppiezza, seppure nella buona fede da parte di entrambi. E ancora una volta non posso prendermela, perché non ha alcun senso farlo, perché la mia essenza senza forma non conosce ancora limiti a differenza di quando ci eravamo incontrati. E quel che probabilmente non sopporti è ormai parte di me. Non avrò il coraggio di separarmi da questa nuova dimensione, la difenderò con tutta la superbia appartenente alla mia persona.
«Ohhh, io invece adoro Hesse! Sono tante le cose che i suoi romanzi mi hanno insegnato»
«Ah sì?» fingi meravigliata, ma lievemente curiosa, «e cosa hai imparato da lui?»
«Che tutta la vita è un flusso continuo e nulla torna com'era prima allo stadio originario; che tutto quello che ero, che sono e che sarò è dentro di me e che le parole a cui ho dato sempre troppa importanza non sono, in fondo, così rivelatrici come appaiono voler essere. Che i sentimenti, quelli veri, contano molto di più»
«Penso che la distanza ti abbia fatto maturare» aggiungi questa volta con tono serio e franco per poi virare nuovamente in direzione delle tue giustificazioni: «Vivere la fine di un amore è una cosa che tutti provano nella vita. Anche tu dovevi passarci»
«Sì, ma non è detto che sia una necessità» ribatto premurandomi di evidenziare il mio dissenso, «la tua scelta personale non ha nulla a che vedere con l'amore che io ho sentito e non credo affatto che la fine di qualcosa di così grande possa coincidere col miglioramento di una persona. Non è una regola fissa»
«Resto dell'idea di aver fatto la scelta giusta e di aver agito anche per il tuo bene»
«Questa è la tua opinione e non posso far altro che rispettarla confidando  nella tua buona fede e nella tua sincerità, eppure non la condivido e non la condividerò mai. Tutto questo non ha alcuna importanza adesso, è andata com'è andata. Se tu ritieni di aver fatto la scelta giusta posso solo accettarlo, ma non avere la velleità di avermi reso una persona migliore con la sofferenza: il mio era un amore vero e ciò che è giusto, ciò che è bello, ciò che è puro non può passare attraverso la sua fine o la sua negazione»
«Sono certa che troverai la persona giusta per te» sussurri auspicando il meglio per me, con tono sincero ma di circostanza.
«Chissà...»
«Uno come te non può restare solo»
E dentro me rido amaramente, non solo per i numerosi significati semantici che la tua frase cela; rido perché sei proprio tu a pronunciarla. Poi però mi lascio pervadere da un senso di malinconica tenerezza: è umano avere pietà per il proprio aguzzino.
«Non lo so, sono praticamente rimasto solo da quando mi hai lasciato e non cerco un'altra ragazza in questo momento. Ci sono ancora troppe cose che devo capire, devo trovare la mia strada»
«Capisco...»
Non ritenendo di andare oltre mi appresto a congedarmi: 
«Adesso però devo andare. Domani tra l'altro devo andare all'università per salutare Anita per poi ripartire per Budapest»
«Posso passare anch'io per un saluto?»
«Se ci tieni, naturalmente puoi»
«Va bene, allora ci vediamo domani».
Mi accompagni alla porta d'ingresso e, dopo aver atteso che i miei piedi scivolassero faticosamente negli scarponi, rinnoviamo i saluti.
«Allora a domani!» mi dici e, scagliandoti su di me con un forte abbraccio, infrangi la distanza che abbiamo mantenuto fino ad ora. Sento il tuo odore esalare dalla tua bionda testolina. Dolcemente sale e mi trafigge le narici con la sua intensità. Non puoi neppure immaginare lontanamente per quanto tempo abbia desiderato tutto questo, quante volte la tua fragranza mi è ritornata alla mente nelle notti insonni. Il mio battito cardiaco comincia ad accelerare ed improvvisamente i muscoli del mio corpo si contraggono. D'istinto mi viene di stringerti più forte, sì, proprio come un tempo, proprio come se tutta questa distanza si potesse annientare in un battibaleno. Basta poco in fin dei conti. E per un attimo rivedo tutte le nostre notti in un flashback. La rapsodia emozionale giunge come un fulmine al basso ventre procurandomi un'erezione: il tuo copro è sempre lo stesso ed averlo tra le braccia dopo tutto questo tempo, così, è come lasciarsi vivere in un lieve stato di trance nel quale istinti e sentimenti sopiti da troppo tempo ritornano prepotentemente a scorrere nelle vene. Voglia di amore, di sesso, di riprendere, riprovarci... siamo stati a letto tante di quelle volte che ricordo alla perfezione le mosse da compiere. Questo protocollo, no, non l'ho mai dimenticato. 
Poi però ripiomba il presente pesante come un macigno: quello che hai fatto, quello che è stato, quello che è. E tu non sembri più tu. Forse è facile e bello, addirittura possibile, pensare che tu potresti tornare ad esserlo, ma qualcosa dentro mi frena. Così, le dita delle mie mani afferrano le tue braccia minute ristabilendo le distanze di colpo, interrompendo il flusso emozionale. Sì sono diverso perché tu sei cambiata. Sarei rimasto uguale se tu non mi avessi lasciato. E' un'ovvietà certificata, ora, sulla soglia di casa tua.
Ammantatomi nel mio maglione pesante, con la mia sciarpa di cotone e  la coppola a proteggermi dal fresco della sera, ti saluto, questa volta per davvero: «Allora ci vediamo domani» 

domenica 13 ottobre 2013

90


on air: Nine Inch Nails - Something I Can Never Have

Il posto in cui dimori da più di un anno rappresenta per me uno dei simboli dell'abbandono. La percezione del mio essere proietta un'immagine di me stesso quasi sacrale, come un pellegrino devoto che dopo un lungo cammino giunge al tempio rendendo omaggio al proprio Dio. Un solo Dio mi ha condotto qui; il suo nome è Amore.
Non molto tempo fa immaginavo che proprio qui, in questo tempio, avrei trascorso tanti momenti felici in tua compagnia; che questo edificio, questa rovina del socialismo reale, avrebbe saputo radunare le nostre pulsioni d'amore contornandole di dolcezza. Così avremmo amorevolmente nutrito i nostri sentimenti. Lo fisso adesso e realizzo il peso del mutamento: queste mura si sono tramutate nel lido al quale spesso approdavano le mie frustrazioni come galeotti in balìa della disperazione, in preda alle mie fantasie contortamente disposte come spiriti tormentati. L'idealismo delle mie elucubrazioni non ha mai cessato di vegliare il tempio e quell'appartamento era così ben impresso nella mia memoria che neppure una collezione di fotografie avrebbe potuto mostrare le sfumature che i miei ricordi hanno preservato intatte, per tutto questo tempo. Quante volte t'ho cercata nei perimetri esistenziali tracciate da quelle stanze viste in una sola occasione, durante la mia ultima estate trascorsa a Debrecen. E le mie inquietudini m'avevano reso perfettamente le coordinate di quella casa di spiriti di rabbioso passato che spesso hanno torturato l'animo mio incitandomi a fare ritorno a Debrecen, la Terra Promessa del mio amore. Mi sarei recato in quel pub sotto casa tua nel quale non avevo mai messo piede. Ti avrei attesa ingurgitando nervosamente non so quante birre, ammazzando il tempo leggendo un libro a cui non avrei prestato attenzione. Avrei spesse volte rivolto lo sguardo fuori penetrando con le orbite i lastroni della birreria, restando fisso sulla strada ricoperta da un sottile e soffice manto di neve, un amore disteso emozionalmente come flutti di mare sconfinato, coltre calpestata da passi noncuranti. Improvvisamente, al tuo passaggio, mi sarei catapultato fuori, sgattaiolato come un ladruncolo qualunque. Avrei urlato qualcosa per attirare la tua attenzione, il mio sentimento si sarebbe disperso nell'algida cortina di gelo sferzante. Mi avresti visto, non avresti mai osato ignorarmi e i tuoi occhi si sarebbero sgranati inabissandosi in una spirale di stupore e paura. Mi sarei avvicinato a te, barcollando tremante, succube della gioia e del dolore. E non so cosa avrei potuto farti. Probabilmente urlare ancora nel disperato tentativo di radere al suolo quella tua incomprensibile follia oppure inginocchiarmi a al tuo cospetto sul bianco carpet che rivestiva il marciapiede, mostrandoti quei sentimenti, pur come la neve, radunati lì per te, implorandoti di ritornare nella mia vita, come se chissà di quali crimini mi fossi macchiato, chissà quali torti avessi inferto alla tua persona, perdendo totalmente i lumi della ragione e annullando anche il minimo amore per la mia persona.
La storia è andata così, a nulla di tutto questo ho avuto la spudoratezza di prestarmi e nel mio intimo io non vi è la minima ombra di rimpianto. Chi non è capace di amare se stesso, non riuscirà mai ad amare nessun'altro. Alla fine sì, sono tornato, ma con una dignità ricostituita, diverso da come avrei immaginato molti mesi prima, con la consapevolezza di possedere un'enorme forza interiore.

L'ingresso nel palazzone in stile sovietico è tutt'altro che eroico, romantico o trionfante: il citofono mezzo funzionante si rifiuta di fare il suo dovere e non vuol saperne di farmi entrare. Fortunatamente l'età kádáriana è tramontata da un pezzo rimpiazzata da quella della telefonia mobile. La tecnologia mi consente di risolvere questi buffi inconveniente. Ti chiamo.
«Hey, sono sotto da te, non riesco ad entrare!»
«Ah che stupida, avevo dimenticato di dirti che il citofono non funziona. Non preoccuparti, adesso scendo di sotto»
In pochi minuti ti materializzi sulla soglia del portone. Mi sorridi come se avessi voluto dire - cavolo, ce l'hai fatta. Noto il tuo abbigliamento. Semplice, sobrio, di chi non desidera sbilanciarsi. Non vuoi colpire e neppure lasciarti disprezzare. E in fondo non me ne frega più di tanto. Prendiamo l'ascensore e saliamo su, fino al settimo piano. Entriamo in casa. Nulla sembra essere cambiato: a parte qualcosina nell'arredamento, il disordine che porti dietro ovunque vada è rimasto fedelmente al proprio posto come un cane che attende il padrone. Disordine. Un lato della tua personalità che non avevo mai apprezzato e che avevo dovuto imparare a tollerare finendo per accettarlo. Non perdo molto tempo con i convenevoli, cerco di non dare troppa corda alle discussioni, desidero soltanto consumare questo rituale in maniera indolore. Così estraggo immediatamente il DVD dal mio zainetto come se avessi fretta. Al contrario, tu sei molto più espansiva, sembra che voglia goderti maggiormente la mia compagnia sfoggiando gentilezze da perfetta padrona di casa.
«Gradisci un po' di home-made pálinka? Cosa ne dici, ti va?»
Massì, un goccetto non mi ucciderà!
«Va bene, grazie!»
Gentilmente e con un pizzico di orgoglio mi porgi il bicchierino, lo porto alle mie narici e mi faccio penetrare dall'etilico aroma. Avvicino le labbra al cicchetto e scaravento tutto di getto, giù, direttamente nell'esofago. «Haaaa», mi sfugge dalla bocca un anelito di soddisfazione.
«Allora, ordiniamo questa pizza?» mi chiedi con la carineria consueta.
«Ma certo!» ribatto di colpo facendo leva sulla mia cappa di rassicurazione. E penso che anche se ordiniamo la pizza dal nostro pizzaiolo preferito, forse non è una cosa normale: chissà se ci sarà mai qualcun altro che ha voglia di fare pizze migliori in questa città. O forse ci sono altri pizzaioli in grado di sfornare altre pizze, forse più buone, soltanto che tu non ne sei venuta a conoscenza presa come sei dalla tua quotidianità. Ma che importanza ha in fondo? Sono qui per celebrare il tuo funerale, non per lasciarmi sorprendere. 

Nonostante tutto posso ritenermi soddisfatto di vedere Le Notti di Cabiria con te, mi sono convinto di aver raggiunto un risultato niente male e non c'è una particolare ragione per questo. Guardo un attimo indietro, a ciò che ho fatto, alla forza ritrovata per poter infrangere i mie timori e le mie riserve, come la convinzione del tutto personale di essere oramai impossibilitato nel fare determinate cose. Invece sono riuscito anche a riprendere e fare mio ciò che un tempo era nostro. Ed ora sono qui a condividerlo! Tutto ciò è paradossale così come la percezione che ho di te in questo momento, la ragazza che amo e non esiste più. Bizzarro m'è dover annaspare in questa pozzanghera di straniamento esistenziale, giacere sullo stesso letto e non sentire il bisogno di abbracciarti, toccarti, baciarti o interrompere il film per fare l'amore. Divento osservatore di questa nuova condizione, seguo la tua emotività dipinta dal tuo volto parallelamente alle scene del film. Cabiria, prostituta in cerca di un riscatto dalla vita, sogna l'amore, lo trova, lo accoglie per poi essere tradita dall'uomo al quale ha donato il proprio cuore. Tutto per il vil denaro. E quando sopraggiunge la consapevolezza d'aver donato tutto il proprio amore per poi ritrovarselo ridotto in briciole, sentendo la propria esistenza priva di valore, Cabira desidera la morte. Così urla all'uomo del quale si era illusa parole che squarciano il cuore e sanno scuotere anche la coscienza del malfattore: «Uccidimi, io non voglio più vivere!».  Così ho imparato come la bellezza del mondo, l'amore, viene cinicamente compensata da cose troppo brutte. Probabilmente nutro tanta ammirazione per il personaggio di Cabiria perché riesco ad immedesimarmi nella sua intima essenza e trovo insopportabile che la bellezza venga mortificata. Un sorriso, uno sguardo intenso, una persona, un essere umano che ama e desidera amare non dovrebbe mai essere trattato così. Ma nonostante l'amarezza per ciò che si credeva di avere, Cabiria ritrova il sorriso, così, camminando per strada, senza un motivo particolare. Ed io mi sento un po' come lei: cammino per le vie del mondo, osservo le cose, vedo la gente sorridere e viene da sorridere anche a me, malgrado tutto. Adesso, invece, osservo il tuo sorriso e ho la netta sensazione che questo finale non ti sia piaciuto, come se quel sorriso fosse impossibile. La distanza solcata tra noi rende ancora più evidente la mia somiglianza con Cabiria: il destino ha il potere di porre dinanzi a noi prove durissime eppure dobbiamo lottare con tutte le nostre forze, trovare tutte le energie possibili affinché esso si compia volgendolo a nostro vantaggio. Ti osservo ancora una volta e ho l'impressione e scorgo delusione ed incredulità per quel sorriso finale intriso di lacrime; troppo facile finire così un film, sarà, magari hai ragione tu... eppure credo che invece sia così! C'è bisogno di tanta bellezza per sopravvivere, di speranza, di immaginare sempre che le cose migliorino. Forse sì, sorridere così non risolverà mai nulla, ma aiuta. Penso a noi italiani del sud quando cantiamo per scacciare i nostri tormenti, per darci forza e tutto il mondo crede ci reputa, per chissà quale ragione antropologica, una razza più allegra delle altre. Questa non è finzione, non bugia, ma solo un espediente catartico e nulla di più. So che da le cose non stanno così, che atteggiamenti come questi sono ben più rari e forse preziosi, ma nonostante sia palese la tua reazione alla visione di questo film, ho la sfacciataggine di chiederti: 
«Allora, ti è piaciuto?»
«Hmm.. sì»
Il silenzio ci avvolge in un momento in cui nulla dovrebbe accadere e nel quale io provo disagio: il tuo mondo, oggi, mi appare così distante dal mio che credo sia giunta l'ora di smontare le tende. Così decido di congedarmi, il dato, quello definitivo a quanto pare, sembra ormai tratto.
«Bene, sono contento di aver visto questo film con te... adesso però è meglio che vada». Ma mentre ripongo il DVD in una tasca del mio zaino, ti avvicini e mi fermi:
«Aspetta! Non vuoi restare ancora un po'?»
«Il film è finito, insomma...»
«Non ti andrebbe di parlare un po' con me?»

martedì 20 agosto 2013

89

on air: Queens of the Stone Age - I Appear Missing

Mattino. Mi ridesto anzi tempo col pensiero del nostro incontro avvenuto ieri. Il sangue che mi affluisce alla testa di colpo è una botta di vita e di morte al tempo stesso e s'accompagna ad un enorme senso d'inquietudine, il mio fidato compagno durante questi mesi. Ma non sono impreparato a tutto questo, dentro me avevo fatto i conti con questa possibilità, stavolta i miei sentimenti hanno chiesto il preventivo delle emozioni e del loro impatto sulla realtà. Che le cose non fossero così come le avevo preservate dentro me, ero riuscito a prefigurarlo. Non ho vissuto il dolore senza mai interrogarmi sulle cause che l'hanno generato, non ho dimenticato mai l'effetto devastante di questa infusione che m'è stata immessa nel mio corpo come una flebo al veleno dalla quale sono sopravvissuto. Sapevo che la contropartita richiesta della realtà sarebbe passata attraverso l'accettazione della fine che hai voluto. Eppure non potevo immaginare fino in fondo questo: della ragazza che amo più della mia stessa vita non sia rimasto praticamente nulla. Quell'essere fatato, magico, incredibile, che ha cullato le mie notti, consolato i miei malumori, mostrato il mondo inebriandolo di miele non esiste più. E sento che una parte di me ha deciso comunque di trattenerti obliandosi nell'infinito se stesso, stringendo forte a sé quella che eri un tempo nel suo turbine d'amore personale fino alla fine dei miei giorni. Sono venuto da te, ma non per te perché dentro me non te ne sei mai andata. T'ho cercata disperatamente per le strade del mondo affinché potessi riprendermi ciò che m'apparteneva, ma l'unico luogo dove sopravvivi è il mio cuore. Nulla è come prima nella realtà, nulla potrà mai esserlo. L'amore resta, ma il dolore cambia e la nostalgia non preserva.

Le lacrime lentamente si lasciano cadere come un distillato di sofferenza che invade il viso rosso dilatato dal dolore, adesso, per la prima volta, rassegnato. E forse la rassegnazione è tutto quello che un cuore affranto può davvero desiderare, ma solo quando l'assenza da se stessi diventa una prigione da cui evadere a tutti i costi. Piango e mi sento logorare il torace. Probabilmente è davvero giunto questo giorno tanto atteso: il mio dolore, quello più profondo, acuto, lacerante, sta per lasciarmi e con esso piango la tua morte. La scissione tra ciò che sei dentro di me e quello che hai scelto di essere si porta via anche un pezzettino di me. E' finita... almeno per il momento. Tutto può accadere tra noi, non c'è limite alle possibilità di ciò che io e te saremo, qualunque sia la strada che intraprenderemo da oggi in poi, ma non sarà più lo stesso. I chili di silenzio, di amarezza e di dolore cumulatisi sono oramai un muro, forse invalicabile.

Stasera guarderemo Le Notti di Cabiria insieme e per me sarà una cosa normale: non vorrò baciarti e neppure stringerti, tenerti la mano o sniffare l'odore della tua pelle che m'ha sempre mandato in estasi. Resterò immobile a godermi questo commiato; desidero seppellire il mio passato, farlo senza rimpianti, e voglio avere la forza di poterlo fare con te, che adesso sei diversa, al mio fianco. Continuo a piangere e non impedisco alla mia sofferenza di scuotermi. Certi addii sono dolorosi, eppure necessari, troppa è stata l'amarezza dei giorni passati a cercarti, a pensare cosa stessi facendo, cosa pensavi di me e ad interrogarmi sulle ragioni delle tue scelte combattendo in continuazione contro la tentazione dell'odio che per salvarmi mi suggeriva di denigrarti, di dimenticare, di annientare ogni convinzione che ho preservato di te. In altre parole, uccidermi. Ho impiegato tanto per ritrovare la ragione dei miei momenti migliori. Adesso sì, sebbene la mia tempra abbia affrontato a viso aperto i propri demoni, per la prima volta avverto la distanza che mi divide da te: non oserò chiederti di ricominciare, con chi dovrei farlo dopotutto? Chi sei ora? E cosa sono o cosa devo essere io senza te? Sono domande troppo grandi del cui fardello non posso caricarmi. No, non c'è tempo per questo ora, non è il momento, basta interrogarsi, basta chiedersi i perché, basta tutto questo. Preferisco piangerti ancora un po' così che possa liberarmi da questa idealizzazione una volta per tutte ed accettare la tua morte. Nel futuro non ci sarai o forse avrai una ragione diversa nella mia vita, ma l'amore per quell'esserino delizioso non si estinguerà, non nella mia memoria, ne preserverò ogni cosa, tutto ciò che mi ha reso vivo e quasi morto, tutto ciò che mi ha fatto ridere e piangere, tutto ciò che mi ha saputo donare nel bene e nel male. Il valore di una vita e quello che mi ha insegnato: l'orgoglio per la mia persona, la tenacia, la fede e l'amore che non è mai morto e che dentro di me non morirà mai. Ci saranno altre ragazze, altri amori si presenteranno al cospetto del mio cuore, forse ancora più grandi, ma quello che sei stata resterà dentro di me fino alla fine dei miei giorni. Il mio amore ti sopravviverà. Adesso capisco anche il valore di certe parole che hai pronunciato: dicevi il vero quando sostenevi che il mio amore era troppo grande per te. Io non sono come te, non ho saputo arrendermi tanto facilmente, ho difeso la nostra storia e i nostri sentimenti con le unghie e con i denti; seppure adesso sgorghino dagli occhi lacrime d'amarezza e liberazione l'amore non mi ha mai abbandonato. Ho impiegato tutto il mio amore per resistere, per lottare, per lasciarti libera, per accettare le tue scelte, per comprenderti, immedesimarmi in te e nei tuoi dolori, per ritornare e per chiudere questa storia anche per me e per piangere la tua morte adesso. Solo ora mi accorgo di quanto sia grande tutto questo, di quanto amore ci fosse dentro me e che le mie lacrime adesso non lavano via l'orgoglio che temevo d'aver perduto.

Me ne vado brancolando per le strade odorose di mattino, un po' malinconico, spaesato, con l'animo scomposto. Mi ci vorrà un po' di tempo per abituarmi a tutto questo, ma non sarà complicato. Il cuore pulsante striglia ancora la mia esistenza e, senza che me ne accorga, la vita continua così com'è andata avanti fino a questo momento, anche in quegli attimi nei quali mi sentivo morire. Sì, la vita continua.
Oggi rivedo, Csenge, la professoressa del liceo che due anni fa mi introdusse nelle sue classi per permettere ai propri studenti di italiano di comunicare con un madrelingua. Csenge tiene molto allievi, trasmette loro il proprio sapere con entusiasmo e professionalità. Adoro la sua persona cordiale e solare, allegra e umile. Mi è sempre stata molto grata per l'apporto che le ho dato; tuttavia ignora che il vero piacere è soltanto mio perché grazie alla sua intraprendenza ho scoperto una possibile alternativa professionale: sto valutando la possibilità di vivere all'estero insegnando italiano agli stranieri. Non sono ancora certo di questa via, ma l'idea mi affascina e infonde nel mio organismo un'energia sconfinata. Ci penserò attentamente, essere qui a Debrecen servirà anche a capire questo. Ad ogni modo sono veramente felice di poter passare di nuovo da queste parti, in questa scuola che sento anche un po' mia in un certo senso. Gli studenti di allora non ci sono più, hanno tutti conseguito il diploma ed ora frequentano l'università (beati loro). In compenso ci sono altri allievi ad ascoltarmi in parte interessati, in parte rintanati nella propria timidezza, come capita spesso quando incontro studenti di italiano. Confesso che provo piacere nel dover infrangere il loro muro d'incertezze, sebbene sia una storia già vista migliaia di volte. Gli ungheresi sono così, hanno sempre paura di essere giudicati anche quando raggiungono risultati significativi. Potrebbero anche essere i migliori al mondo in un determinato campo, ma per loro bravura non sarà mai abbastanza. La stessa Professoressa Csenge teme sempre di sbagliare.
Intorno alle sette di sera, invece, mi reco all'università perché ho appuntamento con una docente universitaria: si tratta di un contatto fornitomi da un'amica, ho bisogno di conversare con qualcun'altro per poter valutare un mio eventuale trasferimento. Eh sì, adesso considero per davvero la possibilità di ritornare qui se non in pianta stabile almeno per un lungo periodo. Adesso che mi sono ripreso Debrecen potrei avere l'ambizione di restarci. Se ci riuscissi dimostrerei a me stesso la verità delle mie parole quando ti pregavo di aspettarmi, di non lasciarmi anche se il dolore era enorme, perché avrei trovato una soluzione definitiva per poter vivere il nostro rapporto non più a distanza, ma come una coppia vera. Avremmo vissuto nella stessa città e goduto della nostra quotidianità. Desidero questo, non per riconquistarti. Il muro resta ed è difficile da valicare. Ho bisogno di mostrarmi sincero nei tuoi riguardi, in nome dell'amore che porto dentro, di sapere che ho fatto veramente tutto per te e che non ho il minimo rimpianto e che anche allora avevo la forza per cambiare le cose se solo tu mi avessi sostenuto. Ho bisogno di dare ulteriore seguito a tutte quelle intenzioni, poter guardarmi allo specchio e dire che sono più forte di te, della paura, della credenza, della predestinazione e del cinismo. E quando cercavo di rassicurarti non lo facevo in preda alla disperazione, non ostruivo le falle del nostro rapporto sovrapponendovi degli stracci, ma conoscevo bene il peso di quelle parole.

Giunto nel tempio del sapere di questa città, l'università, sono tanti i ricordi che riaffiorano: quei corridoi semi illuminati, quel percorso che conduce all'entrata della biblioteca dove tante volte c'eravamo baciati alle prese con libri e caffè. E' triste non poter più fare questo con te, ma è bello poter essere qui e respirare questi luoghi. E sento che sono miei, che il passato e il futuro sono una cosa sola e m'appartengono interamente. E mentre attendo la docente, toh, guarda chi si vede! Sopraggiungi proprio tu che accidentalmente incroci la mia via. Devo ammettere che rivederti così, su due piedi, mi procura un effetto strano soprattutto se penso che tra circa un'ora sarò a casa tua. Tutto questo sembra innaturale, eppure non deve esserci nulla di strano perché è esattamente così che le cose devono andare, non possono essere più i tuoi occhi ad illuminarmi la via. Questo è soltanto il presente seppure vesta drappi antichi. Ma non soltanto io vengo colto alla sprovvista: ti vedo sbarrare gli occhi, sul tuo viso si materializza un sorrisetto adatto a stemperare la timidezza di chi vive un evento inaspettato. Trattieni il fiato per una frazione di secondo e poi cominci a rivolgerti a me con tono leggermente incredulo:
«Hey, che cosa ci fai qui?»
«Niente, devo vedere una persona» rispondo restando sulle mie con l'aria di chi non desidera aprirsi troppo.
«Non fare tardi, mi raccomando. Ah a proposito, non ho avuto il tempo di preparare nulla: ti andrebbe una pizza?»
«Ma sì, una pizza andrà benissimo»
«Ok, la ordiniamo da Pizza Fortuna?»
«Be' sì, non conosco un posto migliore qui a Debrecen»
«Sì, sai che poi è la mia preferita»
«Lo so, lo so. Allora a più tardi!»
«Ciao!»
Ok, d'accordo che tra un'ora sarò a casa tua, ma mai mi era capitato di doverti liquidare così in fretta. Ma tanto basta. Cosa dovrei voler ancora da te? Sono soltanto curioso di condividere un grande film come Le Notti di Cabiria, e non ho più voglia di chiedere. Nulla.
La mia centrifuga di pensieri viene interrotta dal sopraggiungere di una ragazza che si presenta come la professoressa. Bello vedere che il mondo accademico si circonda di persone giovani e non dei soliti vecchi bacucchi. L'impressione che ne scaturisce è quella di avere a che fare con una persona molto disponibile, seppure non lasci eccessivi spiragli ai miei sogni di gloria. Pazienza, dopo tutto quello che m'è capitato questo è davvero poca roba. Dal confronto ne traggo comunque informazioni utili e qualche ideuccia comincia già a ronzarmi per la testa. La situazione non è rosea qui con questa maledetta crisi, ma non è tanto drammatica da scoraggiarmi. Troverò un modo per reagire, lo sento. Mi serve solo una buona idea e la mia disposizione d'animo in cerca di un riscatto saprà darmi lo slancio giusto. Non può andarmi tutto storto per il resto della vita dopotutto.
Cordialmente mi congedo dalla giovane docente e tiro un sospiro di sollievo perché so che presto ritornerò all'attacco, devo solo preparare un piano di battaglia. E non è poco, dopo tutto quello che m'è capitato non lo do per scontato. Ma adesso è tempo di compiere la celebrazione del mio passato, infrangendo quello che la sofferenza mi ha negato per tutto questo tempo: fare qualcosa di bello con te per la prima volta da single. Il programma sembra abbastanza scontato e, davvero, non mi aspetto nulla di diverso: guarderemo questo benedetto film, mangeremo la pizza, poi tornerò a casa di Rino e chissà quando ci rivedremo visto che domani tornerò a Budapest.